L’ISOLA SOTTO IL MARE – Isabel Allende in grande forma

L’isola sotto il mare –  La libertà, all’improvviso

Cosa deve aver significato essere una schiava nera nei peggiori luoghi dell’oppressione settecentesca e poi vivere proprio negli anni in cui i fermenti rivoluzionari, le rivolte, le lotte e il mutare lento ma inesorabile dell’opinione e della coscienza civile investirono come un’onda anomala le colonie sudamericane e gli allibiti coloni grandes blancs,  fino alle prime dichiarazioni di abolizione della schiavitù stessa? Ci è impossibile anche solo immaginare quale l’impatto emotivo e sociale tutto questo abbia avuto per chi, da generazioni e generazioni non aveva posseduto nulla, non la propria carne, non i propri figli, non un cognome.

 

“La terra, come il cielo e l’acqua non ebbe padrone fino a quando gli stranieri non se ne impossessarono per coltivare piante mai viste grazie al lavoro forzato degli arahuaco.”

 

Ain’t Got No, I Got Life (Non ho nulla, Ho la mia vita)

Questi pensieri mi frullavano in testa mentre scorrevo (davvero divorandole) le pagine di questo spaccato storico visto attraverso gli occhi di una schiava bambina, Zaritè, venduta a uno dei tanti proprietari terrieri che comandavano a Santo Domingo (oggi Haiti, come i nativi la chiamavano prima della conquista) a cavallo tra il 1700 e il 1800. E mentre leggevo mi ronzava nelle orecchie anche un brano musicale “Ain’t Got No, I Got Life”, tra i più potenti e significativi di Nina Simone, anche lei figlia di figli di schiavi e icona musicale delle lotte contro l’apartheid, un grido contro la società razzista e segregazionista.

 

 
Io ho le mie braccia, ho le mie mani, ho le mie dita
Ho le mie gambe, ho i miei piedi, ho le mie dita,
Ho il mio fegato, ho il mio sangue…
Io ho una vita,
Io ho la mia libertà,
Io ho una vita,
Io ho una vita
E intendo tenermela,
Io ho una vita
E nessuno può portarmela via,
Io ho una vita!
(Ain’t Got No… I’ve Got Life – Nina Simone)

Zaritè viene venduta per pochi soldi a soli nove anni. Da quel momento in poi non fa che subire e lottare fino alla insperata libertà, la propria e quella di sua figlia. Mentre combatte con infinita dignità la sua battaglia personale fatta di abusi, di dolore, di rassegnazione, intorno a lei gravitano altre immense figure femminili, contorniate da un alone di fascino, di magia nera, di bellezza leggendaria.  Gli uomini, come sempre, salvo rare eccezioni (rappresentate in questo caso dai due grandi amori di Zaritè), fanno la loro magra figura: fantocci imbalsamati, violenti oppressori, vili e impotenti nelle migliori occasioni.

L’isola sotto il mare – Isabel Allende in grande forma

Isabel Allende torna, con questo romanzo al realismo magico dei suoi primi capolavori, dipingendo a chiazze variopinte il caleidoscopio infinito di razze, culture, dialetti, credenze e medicine che coabitavano l’isola, anche se qui al tumulto e alla lotta contro l’oppressione non fanno riscontro l’amore e la passione umani, carnali, totalizzanti, come nei romanzi d’esordio (La casa degli spiriti – 1983, D’amore e ombra – 1985), ma un istinto primordiale di sopravvivenza e la solidarietà e pietà umane nella comunione tra gli oppressi.

Non è l’Allende dei citati esordi. Manca forse  proprio quel turbine di passione e politica travolgenti che lasciavano i cuori in fiamme e il desiderio di combattere per un ideale. O forse, chissà, eravamo noi a leggerlo con ardore e incoscienza adolescenti. Ma è sicuramente un  racconto avvincente, che insieme narra e spiega e ci ricorda ancora (ed è bene, perchè lo stiamo dimenticando) che tutte le dichiarazioni per i  diritti civili sono state scritte col sangue.

Voto (3/4): bookbookbook

In una parola: RIVOLUZIONARIO

 

TITOLO: L’Isola sotto il mare

AUTORE: Isabel Allende

EDITORE: Feltrinelli

ANNO: 2009

 

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