STONER di John E. Williams. Una recensione di pancia. Ma non troppo.

Stoner. Se amate i romanzi ne avrete sicuramente sentito straparlare, molto probabilmente stra-bene.

Io ci ho messo un po’ a decidermi a leggerlo, poi ci ho messo un po’ a digerirlo (sì, proprio digerirlo), ci ho messo più di due mesi a prendere la risoluzione di parlarne e infine solo ora partorisco una recensione. E vi assicuro che, mentre scrivo, ancora non so esattamente cosa ne penso.

Sarà che lo leggo mentre sono in dolce attesa e gli ormoni trasfigurano emozioni e percezioni, ma questo libro l’ho vissuto di pancia (!) e ancor più di pancia butto giù il mio (affidabile?) parere. Fatene un po’ ciò che volete.

Stoner e la critica: un tardivo (ma quasi unanime) successo internazionale.

E’ sufficiente googlare  il titolo e il nome del suo ormai leggendario autore, John E. Williams, per essere travolti da entusiastiche critiche, anche molto autorevoli, da cui si rimane inevitabilmente influenzati. (Qualche voce fuori dal coro c’è, ma ho fatto fatica a rintracciarne di interessanti).

Lo hanno definito, tra l’altro, romanzo perfetto e libro di culto. La critica illustre lo annovera nella grande letteratura contemporanea (uno per tutti lo scrittore inglese Ian McEwan). Sono uscite centinaia di ristampe internazionali e la curiosità suscitata ha prodotto una serie di approfondimenti biografici sull’autore.

La straordinarietà dell’accoglienza ricevuta aumenta se si considera che dopo un silenzio di quasi cinquant’anni (esce nel 1965 e viene ripubblicato alcune volte senza troppo clamore), il libro ottiene un autentico successo solo negli ultimi cinque.

Stoner è tutto nel suo incipit.

Tutto ciò che deve accadere lo scopriamo nell’incipit. Non è un iperbole. Davvero. Per ciò che riguarda la pura trama, ciò che sarà narrato è esattamente quanto descritto (elencato?) nel primo capoverso:

“William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo.”

Di fronte a quest’apertura, (per me l’incipit di un libro ha un valore notevole per il proseguimento della lettura) le mie reazioni interiori sono state un misto di incredulità (“Non sarà vero. Non sarà mica davvero tutto qui?”) e di disappunto (“Seriamente mi ha già detto cosa accadrà fino all’ultima pagina?”). E tuttavia, memore delle succitate eclatanti critiche, mi sono convinta (costretta?) a proseguire.

A pagina 100 continuavo a non capire perchè lo stessi ancora leggendo.

Eppure non riuscivo, letteralmente, a smettere. Al cuore del mio problema con il testo c’era la trama: il lento dispiegarsi di una vita, nel suo svolgersi tragicamente normale, si scontrava in me col desiderio di intreccio, di eventi complessi e avvincenti. Il protagonista, Stoner appunto, era impegnato in un’unica attività: lasciarsi trascinare dalla sua stessa vita, senza sceglierla, senza abitarla, senza mai contraddirla. La dura giovinezza in una modesta famiglia contadina, la possibilità di studiare lontano da casa. la carriera accademica, un desolante matrimonio, le angherie e i soprusi subiti e mai vendicati. In casa, come nella professione. Dell’uomo-Stoner, trovavo irritante e frustrante la totale assenza di iniziativa e convinzione. Ma un vero e proprio disagio interiore lo provavo nei confronti della sorte a lui avversa, che pagina dopo pagina non dispensava che delusioni e sofferenze. Persino gli episodi finalmente entusiasmanti e pieni di vita che riempiono la seconda metà del libro, la passione per l’insegnamento e la ricerca letteraria, la travolgente scoperta dell’amore che devasta e completa, finiscono col trasformarsi nell’ennesima occasione di disappunto e insofferenza per me che leggo, che mi ritrovo impotente spettatrice e col desiderio di scuotere Stoner per le spalle, urlandogli di reagire, di pretendere, di scalpitare per il diritto ad una felicità straordinaria, a portata di mano.

Perchè continuare a leggerlo?

E’ mia abitudine “concedere” ad un libro al massimo una cinquantina di pagine, per appassionarmi e convincermi a proseguire. Eppure questo Stoner, che stava chiaramente sfidando la mia pazienza e la mia tolleranza alla frustrazione, aveva al suo arco alcune frecce di valore, di cui non vedevo lucidamente la portata, ma che avvertivo nella mia impossibilità ad abbandonare.

Si aggiunga a queste considerazioni un sottile, imbarazzante e non troppo inconscio terrore, simile a quello di chi osservava senza proferire parola i vestiti nuovi dell’imperatore, incapace di ammettere di non vedere nulla e far la figura dello stolto. Se cotanti scrittori, critici, giornalisti e così tanti lettori avevano conferito la palma della perfezione al romanzo, chi era mai la sottoscritta per dissentire e criticare, nonostante la sacrosanta massima latina sui gusti da non discutere?

Alla fine del libro (ancora più incattivita a causa degli ulteriori sconfortanti sviluppi della trama) ci arrivo però nel giro di poche ore: il libro che ha generato in me tanta genuina insofferenza… l’avevo divorato.

Un campanello mi suona nella mente.

Lo chiudo. Lo metto sul comodino. Ci dormo su. A distanza di quarantott’ore (e ancora adesso a dire la verità) non riesco a smettere di pensare a lui. Si proprio a lui. A Stoner – personaggio. Mi capita spesso di amare così tanto i protagonisti dei romanzi da desiderare che le loro vicende non finiscano mai… Questo Stoner, però, non lo avevo sopportato dall’inizio alla sua incredibile (straordinaria e normalissima) fine. Eppure era lì nei miei pensieri. 

Stoner è un’uomo che attraversa la sua vita, nell’arco degli anni che gli sono concessi, senza lasciare alcun segno memorabile. Eppure non lo dimenticherò mai.

John Williams ci aveva detto tutto ancor prima di iniziare. Eppure mi tiene incollata alle sue pagine.

Ogni singolo avvenimento avrei desiderato che fosse avvenuto in maniera diversa eppure non riesco a non commuovermi fino alla lacrime per la perfezione di un finale talmente emozionante da vibrare di realtà. (Senza dirvi il cosa e il come, mi auguro di avervi sufficientemente incuriosito ad arrivare al termine, perchè Williams qui ci racconta il non-raccontabile come se lo avesse vissuto.)

Stoner: ecco cosa ne penso.

Ecco cosa penso, o credo di pensare, di Stoner, romanzo di John E. Williams Stoner.

Ha il sapore della splendida letteratura americana di parecchio tempo fa.

Sa scavare nella carne e nella mente di un solo uomo normale, facendone materiale per un’epopea, mortale, che è quella di tutti.

Ora, a distanza di due mesi, e dopo averlo ripreso tra le mani più volte, non faccio fatica ad ammettere che l’insofferenza e il disagio fisico che ho provato nel leggerlo, avevano radici profonde, esistenziali, ataviche.

Un “io”, il mio, si è ribellato all’empatia provata nel vedere magistralmente narrato ciò che siamo: un breve segmento biologico sull’infinita retta dell’esistenza.

 

Voto:   (4/4) bookbookbook

In una parola: “Mi si sono attorcigliate le budella” (cit.)

TITOLO: Stoner

AUTORE: John Williams

EDITORE: Fazi

ANNO: 2016 (I edizione 1965)

 

 

 

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